In our day the public is enslaved. Have I not seen on the program of a certain concert-hall “all signs of disapproval will be severely repressed?” Formerly, especially in Italy, the public was the master and its approval was law. It came before the candles were lighted, and instead on the big ouverture with the big crescendo; it demanded cavatinas, duos, ensembles; it came to hear the singers and not to assist at a lyric-drama. Rossini, in several of his works, and above all in “Othello”, made great strides in dramatic truthfulness in his operas. In “Moses” and in “The Siege of Corinth” (without mentioning “William Tell”), he opened up new avenues which even yet have not been fully explored, in spite of the meagreness of the means at disposal. But – as Victor Hugo has gloriously demonstrated – poverty of means is no obstacle to genius any more than a wealth of means is an advantage to mediocrity. With Stanzieri, a charming young man of whom Rossini was very fond, but who was somewhat lacking in “polish”, and Demier, still young but a great virtuoso, I became “pianist in ordinary” to the household. We frequently had the pleasure of hearing the little piano pieces which the master amused himself by scribbling in the idle moments. I willingly accompanied the singers when Rossini did not wish to do so himself, though he accompanied admirably, for he played the piano to perfection. But, unfortunately, I did not participate in the soirée at which Patti was heard at Rossini’s house for the first time. After the performance of the arias from the Berber, every one will recall how Rosini, with the most complimentary air imaginable, said to her:
“Who was the composer of the aria you have just sung to us?”
I saw him the next day, and he was not yet calmed down.
“I know well enough” he said “that my arias ought to be embroidered somewhat; they were designed for that. But in the recitatives, to leave not a note as I wrote it – that is too much! … “
And in his irritation he inveighed against sopranos who insist on singing arias written for contraltos, leaving unsung the arias written for sopranos.
The diva herself was higly indigant. But she reflected that it would be a serious matter to have Rosini for an enemy …. A few days after, she came, repentant, to ask his advice. She did well in so doing, for at that time her brilliant, fascinating talent was not fully developed.

recollection of Camille Saint-Saëns appeared on “Musica”, French musical journal (English version)

Cogliendo contestualmente l’occasione per ringraziare stefix della segnalazione, questi giorni ho avuto modo di “frugare” per bene il sito dell’Archivio Storico del Teatro Alla Scala per trovare delle autentiche perle dimenticate e semisconosciute.

In questo post vorrei analizzare due scenografie dell’Orfeo monteverdiano rispettivamente  della stagione 1956/1957 (a cura di Riccardo Bacchelli) e della stagione 2008/2009 (a cura di Robert Wilson).

Regia: Riccardo Bacchelli; Direttore scenico: Nicola Benois

Regia, scene e luci: Robert Wilson

Pare quasi inimmaginabile che prima del 1978, anno in cui andò in scena alla Scala L’Orfeo monteverdiano diretto da Harnocourt con scene di Ponnelle (seguito da un’edizione cinematografica dell’allestimento), fosse possibile di parlare di Monteverdi, sopratutto in merito ad una lettura e ricostruzione filologica corretta che vide proprio in Harnocourt uno dei baluardi della scuola filologica moderna (successivamente sopratutto nordica), oggi purtroppo snaturata da direttori con un senso rozzo ed approssimativo del suono (le famose orchestre barocche piene di strumenti il cui suono penetrante ricorda ben altro che i “soavi accenti” della lira di Orfeo) e da cantanti privi di impostazione vocale che cantano alla bell’e meglio un repertorio abbastanza complesso in termini di espressione, e che per questo non esime avere una voce fatta, al completo servizio della parola.
 
 
 
 
 
Chiusa questa breve parentesi, analizziamo le due regie e scenografie, tanto lontane nel tempo quanto vicine negli intenti e nelle idee compositive e figurative. Read More

Villazon singing Monteverdi is like comparing Starbuck’s coffé with Italian Moka Coffé: a HERESY!
Villazon has a screamed way of emission, typical by those who don’t sing on the breath, so unable to chisel the word that is absolutely ESSENTIAL in this repertoire: he barks and tears the words instead of porgere la parola (to give/offer the word) with an extremely vulgar expression.
Musically speaking, this piece is very simple in the line: a very typical Italian Canzone with 4 stanzas divided in two melodical lines, repeated twice each. It is very easy to understand that it isn’t enough to pronounce the stanzas well (difficult in its own!) and repeating it with no variations causes 1) bore in the public and 2) very low consideration of the musical intelligence of the interpreter. Villazon is a rude and monotonous performer!

This is an example of a well performed version, both vocally and musically: 

Per sommo piacere di coloro cui interessa il gossip e per il dispiacere di chi è amante del canto e dell’opera, Angelo Gheorghiou ha offerto un’intervista al Corriere della Sera, a firma di Valerio Cappelli. Vedi intervista

L’intervista è volta ad affrontare temi collaterali l’opera come la regia, i colleghi, il divismo (senza meriti artistici della signora) e le vicende sentimentali con Alagna (si sono riappacificati), non toccando nemmeno lontanamente temi musicali o strettamente vocali, se non in un misero passaggio in cui la signora Gheorghiou afferma: “I teatri sono pieni di corpi straordinari e nessuno presta attenzione al timbro. Un cantante se è brutto e canta bene lo vedo bello; un cantante bello se canta male lo vedo brutto. Io la vedo così”. Frase ovviamente mirata dalla signora, sempre detentrice di bella presenza e di timbro splendido ma di tecnica abbastanza scadente e di scarsa musicalità, dimenticandosi che una Maria Callas o una Leyla Gencer o un Rockwell Blake non avevano di certo un bel timbro ma comunque una tecnica ferratissima che ha consentito loro di eseguire repertori ben più onerosi di quelli affrontati dalla Gheorghiou con il suo (solo) bel timbro. Read More

Lunedì sera, Edita Gruberova ha cantato un trionfale concerto: un trionfo di pubblico - tantissimi volti orientali e molti stranieri che battevano mani e piedi; signori anziani milanesi doc che urlavano per la loro diva, che si è concessa per 5 brani plus e a tante strette di mano – ed un trionfo della stessa cantante, della sua professione ed arte di saper cantare, cosa assai rara quest’oggi.

Non avevo mai sentito Edita Gruberova dal vivo, ma tutte le caratteristiche e sensazioni apprezzabili che si possono ascoltare nelle sue registrazioni sono identicamente apprezzabili dal vivo: un controllo magistrale della respirazione che sta alla  base della professione di cantante e della carriera della sessantacinquenne signora; voce cristallina, ampia e risonante nel registro medio-acuto, acuto e sovracuto; una coloratura pulita e scandita; grande musicalità e padronanza del corpo sulla scena. Anche se gli acciacchi dell’età si sono fatti sentire – qualche suono calante o crescente nei piani sopratutto; registro grave vuoto, spesso sbracato e aperto per farlo risuonare meglio con effetti cavernosi, che mina l’omogeneità della voce nei registri superiori e non le consente di essere una Bolena o Stuarda convincenti in quanto ruoli Pasta e Malibran di ben altro spessore vocale; molti portamenti e utilizzo spesso delle “n” e delle “r” per raggiungere l’acuto quando la parola si prestava, sopratutto nei brani in tedesco; interpretazione autoreferenziale di qualche passo di coloratura – la cantante è riuscita a piegare questi difetti facendone di necessità virtù, dando il meglio di se nei pezzi fuori programma che hanno esaltato tutto il pubblico in sala. Read More

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